dalla pubblicazione dell'Associazione

Calascio Oggi

 a cura di Silvio Germano

 

Il territorio di Calascio, che si estende in lunghezza per circa 16 Km dai 2561 m. di quota del Monte Prena ai 598 m. nella conca di Capestrano, riassume in se' tutta una serie di condizioni climatiche e quindi habitat naturali che nei millenni hanno ospitato varie forme di insediamento.

Circa 80.000 anni fa, al tempo dell'uomo di Neanderthal, un gruppo di cacciatori si riparava nelle caverne dei Grottoni di Calascio (670 m.)

Attorno agli antichi laghetti alimentati dai ghiacciai del Gran Sasso, ora scomparsi, si trovano tracce dei cacciatori del Paleolitico ma, un insediamento stabile a Rocca Calascio si verifica solo all'eta' del bronzo, epoca a cui risalgono vari reperti che indicano una prevalente attivita' pastorale.

Nell'eta' del ferro popolazioni italiche realizzano una serie di recinti difensivi con muri a secco e avvallamenti concentrici sulla sommita' di numerosi rilievi. Ancora ben visibili i recinti di Colle del Cerchio, Croce di Picenze (entrambi presso P. Picenze), Monte delle Croci (presso Rocca Calascio) e Colle della Battaglia (fra Calascio e Castel del Monte) segnano una specie di separazione fra le "terre basse" piu' fertili e le "terre alte" adatte alla pastorizia.

E' probabile che in epoca romana il sito dell'attuale castello, in posizione dominante (1460 m.) e facilmente difendibile, ospitasse un posto di vedetta per controllare un'ampia porzione del territorio faticosamente sottratto ai locali Vestini attorno al 300 a.C..

Con la relativa tranquillita' garantita dai romani si popolarono le valli con piccoli nuclei sparsi che avevano i riferimenti principali in Peltuinum (presso Prata d'Ansidonia) e in Aufinum (tra Ofena e Capestrano). Da Aufinum deriva il nome di Aufinates Cismontani del popolo dei Vestini, inquadrati con la riforma augustea nella IV regio denominata "sabina et Samniun".

Sul percorso montano che dalla via Claudia Nova passava per Santo Stefano e si dirigeva verso il valico di Capo di Serre era situato il Vicus di S. Marco che, con la sua necropoli e l'attigua necropoli italica, ha restituito preziosi reperti archeologici.

Con la fine dell'impero romano, le sempre piu' frequenti scorrerie barbariche costrinsero le popolazioni a cercare rifugio sulle alture e costituire il primo nucleo di centri che oggi conosciamo come Castelvecchio, Santo Stefano, Rocca Calascio, Castel del Monte.

Durante la dominazione longobarda l'area della valle del Tirino, compresa nel ducato di Spoleto, fu assegnata nel 756 al monastero di S. Pietro ad Oratorium, dipendente dal monastero di S. Vincenzo al Volturno, a sua volta controllato da Montecassino.

Le popolazioni dei villaggi circostanti furono poste al servizio dei monaci ma varie ribellioni contadine dell'VIII secolo dimostrano come tale dipendenza fosse mal tollerata.

Nel 782 compare per la prima volta il nome di Calaso, Calasio (forse solo nome dell'altura) sul Chronicon Volturnense, in un elenco di pertinenze del monastero di S. Pietro.

Verso la fine del IX secolo profonde incursioni saracene dettero ulteriore impulso all'incastellamento dei centri abitati con realizzazione di torri e cinte fortificate ma, e' solo con la fine del primo millennio che cominciarono a costituirsi i primi feudi, a danno del potere dei monaci.

Si ritiene che la Baronia di Carapelle, comprendente Castelvecchio, S. Stefano, Calascio e Rocca Calascio, si sia definitivamente costituita attorno al 1300 ma che gia' da secoli con il nome di Carapelle si intendesse il territorio complessivo.

Nel 1154 Carapelle risulta di Oderisio di Collepietro e dall'inizio del XIII secolo si intravede nella zona una prima influenza della Contea di Celano.

Carlo D'Angio' nel 1271 assegno' la Baronia a Matteo del Plessiaco e nel 1284 le terre di Capestrano, Ofena e Castel del Monte a Riccardo Ascuqviva, entrambi suoi fedeli seguaci.

Nel 1382 Carlo III di Durazzo accomuno' il destino dei precedenti luoghi assegnandoli tutti a Pietro da Celano e in un documento del 1380 si ha la prima citazione della Torre di Rocca Calascio, intesa evidentemento come torre di avvistamento isolata.

Il villaggio di Rocca Calascio doveva consistere allora in un numero piuttosto limitato di case che, accostate le une alle altre, costituivano una cinta difensiva sulla sommita' del monte.

Fu questo un secolo terribile in cui la popolazione dovette affrontare la peste del 1348 ed il terremoto del 1349 del quale e' scritto con lasciasse "pietra su pietra".

Le origini di Calascio, posto sul fianco della montagna e quindi difficile da difendere, sono invece da collocare in epoca piu' recente. Posto all'incrocio di percorsi montani, si e' probabilmente sviluppato attorno ad alcune chiese che offrivano ospitalita' ai viandanti.

E' verosimile l'ipotesi che in caso di pericolo i calascini lasciassero le case per rifugiarsi fra le mura di Rocca Calascio.

Nel 1418, alla morte del Conte Nicola, ultimo dei De' Berardi, il titolo e i beni furono ereditati da Iacovella, sua unica figlia allora tredicenne.

La successione non fu approvata dalla Regina Giovanna II che assegno' la contea a Giordano Colonna e pose Iacovella sotto la tutela del Papa Martino V il quale progetto' di dare la giovane in sposa a suo nipote Odoardo Colonna per legittimare il possesso della contea.

Fuggita alla morte del Papa, Iacovella sposo' nel 1439 l'anziano condottiero Iacopo Caldara e nel 1441, in seconde nozze, Leonello Acclozamora da cui ebbe due figli. Rimasta vedova, il figlio Ruggero pretese l'investitura della contea di Celano e, con l'aiuto del capitano di ventura Iacopo Piccinino, arrivo' ad assediare e quindi imprigionare la madre privandola dei suoi beni.

Intervennero allora truppe papali inviate dal Papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) che secuperarono la contea, assegnata nel 1463 dal Re Ferdinando I d'Aragona ad Antonio Piccolomini, suo genero e nipote di Pio II.

In seguito, nel 1478, Antonio ebbe in feudo anche Castel del Conte e Ofena, che in opoca non precisata erano tornate in possesso della famiglia Acquaviva.

Ad Antonio Piccolomini si deve quindi attribuire, verso il 1480, la realizzazione delle 4 torri attorno all'originario torrione di Rocca Calascio, il muro di cinta attorno al paese e la ricostruzione di gran parte dell'abitato distrutto dal furioso terremoto del 1461.

Interessanti analogie si possono riscontrare in altri castelli del Piccolomini a Capestrano, Ortucchio, Balsorano e Celano, tutti influenzati da modelli costruttivi gia' applicati a castello aragonesi.

Con la dominazione aragonese fu istituita la "Dogana della mena delle pecore in Puglia" e la pastorizia transumante divenne la principale fonte di reddito del Regno. Fu quindi un momento di notevole sviluppo per i paesi della Baronia che nel 1470 possedevano oltre 90.000 pecore e fornivano ingenti quantitativi di pregiata "lana carapellese" a citta' come l'Aquila e Firenze.

Nel 1579 Costanza Piccolomini, l'ultima della famiglia, vendette la Baronia, il Marchesato di Capestrano e le terre di Ofena e Castel del Monte a Francesco Maria De' Medici, Granduca di Toscana per 106.000 ducati e, nel 1591, la Contea di Celano a Camilla Peretti sorella del Papa Sisto V, per soddisfare i numerosi creditori.

Da una famiglia originaria di Pienza, presso Siena, il possesso della Baronia si trasferiva cosi' ad una altra grande famiglia toscana.

Il dominio dei Medici, caratterizzato da gusto architettonico ma da un relativo disinteresse per terre cosi' lontane da Firenze, termino' nel 1743 con la morte di Anna Maria Luisa, l'ultima della famiglia.

La Baronia e il Principato di Capestrano (non piu' marchesato dal 1584) passarono quindi a far parte del patrimonio personale del Re di Napoli Carlo III di Borbone.

L'abolizione dei feudi, decretata nel 1806 da Giuseppe Buonaparte, segno' la fine della Baronia il cui territorio fu diviso tra i 5 paesi sio ad allora accomunati.

Nel 1703 intanto un disastroso terremoto aveva demolito il castello ed il paese di Rocca Calascio: furono ricostuite solo le case nella parte bassa dell'abitato e molti abitanti preferirono trasferirsi nella sottostante Calascio.

Una progressiva discesa ha ridotto la popolazione da circa 800 abitanti nel 1600 a zero nel 1957.

Calascio, a sua volta, ha iniziato il suo declino a fine '800, subendo gli effetti di una massiccia emigrazione nei primi decenni del '900. Una popolazione di circa 1900 abitanti nel 1860, ammontata nel 1982 a soli 299.

Gia' avviato verso il lento disfacimento che caratterizza i paesi spopolati, Calascio ha arrestato ed invertito questa tendenza per mezzo di numerosi interventi di risanamento spesso da parte di cittadini non residenti. Interessato da un complesso progetto di recupero, anche il borgo di Rocca Calascio sta cambiando la sua fisionomia. Un intervento comunque necessario per restituire una minima funzionalita' ad un insediamento particolarmente suggestivo ed ad un castello che, oltre a suscitare interesse negli studiosi del settore, e' ritenuto il piu' elevato della catena appenninica e forse dell'intera penisola.